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Trilok Gurtu [open Fabrizio Consoli] – Live Maison Musique – Rivoli (TO)

Se per world music intendiamo la musica che non solo proviene da angoli, per noi occidentali, lontani e poco praticati del mondo, ma soprattutto la musica che mette in connessione questi angoli, nella convinzione che dall’incontro tra le culture non possa che nascere un prodotto artistico più ricco e innovativo, se per world music intendiamo tutto ciò, Trilok Gurtu ne è il personaggio di spicco e tra i maggiori ambasciatori. La carriera di questo straordinario percussionista, nato a Bombay da una famiglia di musicisti, è costellata di collaborazioni di altissimo livello: Don Cherry, Oregon, Jan Garbarek, Zakir Hussain, Joe Zawinul, Pat Metheny, Pharoah Sanders, Gilberto Gil, Bill Laswell, Annie Lennox, Neneh Cherry, Salif Keita, Angelique Kidjo, fino all’incontro con la Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin, da cui scaturirà l’indimenticabile esperienza del John McLaughlin trio. Gurtu ha saputo magistralmente combinare la musica indiana con il jazz, il rock, la musica africana, fino ad arrivare alle tendenze più innovative del pop e della dance: giovani musicisti asiatici della scena londinese come Asian Dub Foundation, Talvin Singh e Nitin Sawhney, lo hanno eletto a loro maestro e guida, e i remix dei suoi pezzi spopolano nelle discoteche più alla moda della capitale inglese. La sua attività di continua e indefessa ricerca musicale gli ha fruttato svariati riconoscimenti internazionali, tra i quali vanno menzionate le ben 5 affermazioni (caso unico) tra il ’94 e il 2001, come miglior percussionista per il DownBeat’s Magazine; e le tre nomination consecutive (2002, ’03 e ’04) come miglior artista asiatico per i prestigiosi BBC World Music Awards. Trilok Gurtu, negli ultimi tempi, si è dedicato a un’intensa e poliedrica attività live. Nel solo 2003 ha condiviso il palco, in vari festival e progetti speciali, con artisti come Dave Holland, Robert Miles, Shankar Mahadevan, fino al grande concerto panasiatico tenuto al festival di Copenaghen con il cantante mongolo Huun Huur Tu e il percussionista coreano Samul Nori. A Maison Musique con Trilok Gurtu (percussioni e voce), Carlo Cantini (violino), Gros Ngollepokossi (basso) e Woody Aplanalp (chitarra).
Fabrizio Consoli, dopo una lunga carriera di chitarrista- session man (collabora con Finardi, Cristiano De André, Alice, Bubola, Pagani, P.F.M.) inizia a scrivere in proprio e pubblica, per la BMG l’album Psyco. Nel 1995 è tra gli emergenti selezionati per Sanremo Giovani. Da allora intensifica l’attività di autore e produttore con una fortunata serie di successi che lo confermano artista di livello nazionale. In questi giorni ha ricevuto il primo premio per la migliore interpretazione di un brano del grande Piero Ciampi.
Non è facile trovare le parole giuste per spiegare perchè con Trilok Gurtu, l’indiscusso maestro di tabla, la musica assume espressività dalle mille latitudini, un continuo divenire di atmosfere, un fiume che scorre e sussurra. L’unica verità appartiene all’udito, ed è per questo che Gurtu va ascoltato. L’anima convive naturalmente col suono, in lui viaggia libera, illuminata, e volendo ragionare in termini di spiritualità indù, l’infinita possibilità sonora a cui si presta istintivamente Gurtu è indice di una mente proiettata fertilmente oltre la concezione della musica stessa. Non a caso i musiciti che hanno collaborato con lui hanno trovato più che un maestro di tabla. Tabla vuol dire India, e questa, profondo rispetto per lo spirito del mondo. Parlarne può voler dire inoltre aprirsi ad un mondo che non è il nostro: le atmosfere dei templi degli Indu, degli Bhangra e dei Sikh trovano nel genio di Gurtu terra fertile.
L’India e il jazz si sono incontrati spesso dagli anni 60 ad oggi. Dalla filosofia e dalla musica indiana si è fatto conquistare Coltrane; già nel 1956 indicava come modello da seguire il principio d,improvvisazione dei raga indiani. Il contraltista John Handy, con Mingus in molti stupendi lavori, ha inciso e dato concerti con un gruppo di noti musicisti indiani. Il trombettista e bandleader Don Ellis fondò negli anni sessanta il gruppo Hindustani Jazz Sextet e nelle composizioni successive usò ritmi complicati e composti ispirati ai tala (serie ritmiche organizzate in gruppi con una gerarchia di accenti). Molti conoscono il gruppo Shakti fondato da John McLaughlin il quale ebbe anche un’autentica esperienza spirituale in India. Un caso contrario, un musicista indiano che incontra il jazz, è quello di Trilok Gurtu. Nato a Bombay nel 1951 da una famiglia di affermati musicisti, il padre suonatore di sitar, la madre cantante, iniziò a suonare le tabla all’età di sei anni e presto mescolò la sua musica col jazz. La sua formazione – attraverso strutture e regole ritmiche della musica classica indiana – comincia all’età di cinque anni con le lezioni di “tablas”, percussioni indiane dal suono liquido, magico, sensuale.
Probabilmente in un altra generazione Trilok avrebbe continuato questa particolare tradizione musicale, ma il rock di Jimi Hendrix, il soul di James Brown, e infine i suoni del jazz americano, lo spingono altrove, “in luoghi della musica non identificabili”. La sua motivazione: la ricerca, l’insaziabilità dell’anima. La fama che si procura nella scena pop indiana cresce giorno dopo giorno, grazie soprattutto alla sua istintiva vocazione nello sperimentare nuove atmosfere sonore, nell’osare. Nel ’73 lascia l’India, prima tappa del viaggio: l’Europa. Il contatto con le realtà musicali europee, lo spingono nel’76 a dedicarsi interamente ai suoi progetti, e lascia la sua terra per trasferirsi definitivamente in America (a New York), anche se spesso ritorna dai suoi amici in Europa. Dichiara di essere stato influenzato dalla musica di: Ellington, Davis, Coltrane, Elvin Jones, Roy Haynes, Ahmad Jamal, Booker Little. La storia musicale di Gurtu è piena di incontri, di esperienze e di cambiamenti. Iniziò con John Tchicai e Charlie Mariano al festival Jazz Yarta di Bombay, continuò nel 1978 con Don Cherry, gran protagonista del jazz moderno famoso anche per il suo interesse verso le musiche lontane dalla tradizione occidentale, consolidandosi infine con gli Oregon nel periodo 1985-92. In quel famoso gruppo Gurtu sostituì Collin Walcott, percussionista e suonatore di sitar, morto in un incidente stradale. La fantasia percussiva e timbrica di Trilok Gurtu si adattava perfettamente alla musica degli Oregon; una musica che dal jazz prendeva i modi dell’improvvisazione e alcune soluzioni armonico/melodiche ma che faceva uso dei molteplici suoni del mondo. Nell’88, durante una performance ad un jazz-festival europeo, conosce John McLaughlin, con il quale dà vita ad un sodalizio artistico che continuerà per quattro anni. (E proprio con Mc Laughlin darà vita nel ’96 ad uno dei più grandi lavori di musica “di ricerca”, The Reprise, al quale partecipano illustri quali Jeff Beck, Vinnie Colaiuta, Sting, Pino Palladino, Ali Khan, Michael Brecker, Al Di Meola, Paco DeLucia, Don Alias, Joey DeFrancesco, e Zakkir Hussein.) Col tastierista Goyone, con Garbarek e Nana Vasconcelos, nel 1991, prende vita uno dei lavori più originali e interessanti di Gurtu: Living Magic, Nel 1992/93 il nostro percussionista ha suonato, tra le altre cose, con Zawinul sia in tour sia sul disco My People. Nel 1993, è in studio con Joe Zawinul e Pat Metheny per registrare Crazy Saints. Il fatto di avere collaborato con musicisti che si possono considerare, almeno in parte, pionieri della world music indica l’orientamento musicale di Gurtu. Successivamente Gurtu ha realizzato un tour basato esclusivamente su d’un approccio alle percussioni, ai tamburi, su d’un piano base che include cembali, tamburi, congas, tablas indiane, tamburi dhol, gongs, altri particolari strumenti con risonanze dagli effetti strabilianti; e infine, vocalismi – tipici dei suonatori tabla – che evidenziano le scansioni ritmiche. Belive (CMP, 1994), rappresenta un’altra prospettiva della sua visione musicale. L’album è un esempio di simbiosi artistica dall’eccezionale sconfinatezza; con Goyone, Chris Minh Doky (bassista dal sangue danese e vietnamita), ed il virtuoso chitarrista americano David Gilmore, Gurtu dà vita ad una brillante esecuzione dalle possibilità sonore illimitate. Dal vivo è la registrazione di Bad Habits Die Hard (9 e 10 Ottobre 1996 al Stadtgarten di Colonia, CMP) con Andy Emler al posto di Goyone, Mark Feldman al violino e Bill Evans al sax; Bad Habits Die Hard, rappresenta una tappa straordinaria nel percorso musicale di Trilok Gurtu. La descrizione del percussionista, ma anche cantante e compositore, non si può concludere senza citare i duetti con Yo-Yo Ma, violoncellista classico, e con la ballerina e coreografa Carolyn Carlson. Ascoltando il penultimo lavoro di Gurtu (GlimpseSilva 1997) si nota una world music poco decorativa, suggestiva e meditativa ma anche nervosa e impetuosa come il jazz; possiamo scorgere echi dei Weather Report, di Davis, della moderna funk music assieme a suoni e atmosfere orientali e lontane. Il risultato non è però un’accozzaglia di suoni assemblati con la forza, o per voglia di stupire; la musica creata da Gurtu & Co. è una naturale e armoniosa commistione di elementi differenti, uniti da caratteri comuni. L’ultimo album prende il nome di Kathak (Escapade). Il carattere evocativo del nome evidenzia il cammino di irresistibili vibrazioni attraverso vasti territori etnici. Il titolo prende il nome da un’antica danza classica indiana istruita dai segreti del Tempio e appoggiata a complesse strutture ritmiche. Nell’album fughe ai confini dell’uomo, che vanno dalla trance metrica dei Gnawa del Marocco, alla canzone “Brazilian” affidatagli da Gilberto Gil. Veniamo infine al concerto del 15 novembre al Teatro Polivalente Occupato; il gruppo, The Glimpse, che accompagnerà Gurtu, è composto da: Jaya Deva, Ravi Chary, Henrik Andersen. Jaya Deva è principalmente un cantante che frequenta anche il piano, la chitarra e il ganawa (uno strumento a corde marocchino). Deva studia e suona musiche africane, cinesi e indiane. Questi interessi hanno trovato terreno fertile nelle performances con Don Cherry e Nana Vasconcelos. Ravi Chary è un esperto del sitar e dell’armonium, ha accompagnato i più stimati musicisti indiani viventi; tra i quali i suonatori di tabla Alla Rakha e Suresh Talwalkar. Collabora spesso con la tv e il cinema indiano. Henrik Andersen è nato a Copenhagen, nel cui conservatorio insegna, e si distingue per un,approfondita conoscenza della musica del sud dell,india. Il suo ruolo nel gruppo di Gurtu è quello del chitarrista.


La musica rende felici

 

“Il mio percorso artistico è partito dalla musica classica indiana per arrivare al rock, Jimi Hendrix ad esempio, e al pop, e solo più avanti al jazz. Chiaramente nella mia vita c’era anche l’Africa per il fatto che suono le percussioni e tramite loro definisco la mia specifica sonorità. Sono nato in una famiglia ricca di grandi cantanti come mia madre e mio nonno. Ascoltavo la loro voce, la loro musica ed avevo il desiderio di catturare quel particolare beat delle tabla in modo da trasferirlo sulla batteria (…) Penso che la musica sia la cosa più spirituale che esiste. La musica è molto più vicina a Dio di qualsiasi altra religione. La musica rende felici, ha il potere di farci dimenticare di noi stessi. (…) Con questo concerto voglio anche relizzare una grande sintesi spirituale del patrimonio africano ed indiano, perché abbiamo la grande responsabilità di trasmettere ai giovani il significato spirituale della musica.”


La storia di un musicista indiano che incontra il jazz.

 

Nato a Bombay nel 1951 da una famiglia di affermati musicisti – il padre suonatore di sitar, la madre cantante – Trilok Gurtu inizia a suonare le tabla all’età di sei anni. La sua formazione procede attraverso l’apprendimento delle strutture ritmiche della musica classica indiana. Presto impara a contaminare la sua musica col jazz.
Trilok avrebbe probabilmente continuato questa particolare tradizione musicale, ma il rock di Jimi Hendrix, il soul di James Brown, e infine i suoni del jazz americano, lo spingono altrove, “in luoghi della musica non identificabili”. Le sue motivazioni: la ricerca, l’insaziabilità dell’anima, l’istintiva vocazione nello sperimentare nuove atmosfere sonore, nell’osare con coraggio.
La fama che si procura nella scena pop indiana cresce giorno dopo giorno, sinché nel 1973 lascia l’India; prima tappa del viaggio: l’Europa. Tre anni più tardi si trasferisce definitivamente a New York. La storia musicale di Gurtu è piena di incontri, di esperienze e di cambiamenti. La sua carriera inizia negli anni Settanta con un fuoriclasse del jazz come il trombettista Don Cherry; poi lo troviamo al fianco di Ralph Towner con gli Oregon, e del sassofonista Jan Garbarek; infine entra stabilmente nella Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin. Negli anni Novanta diventa un imprescindibile riferimento per gli amanti della world music, ma strizza continuamente l’occhio anche al jazz ed al pop grazie anche alle collaborazioni con artisti come Joe Zawinul, Bill Laswell, Pharoah Sanders, Pat Metheny, Gilberto Gil e Ivano Fossati. Si concede anche il lusso di collaborare, come si è detto, con alcune star della musica classica. Nel 2004 Trilok Gurtu torna in sala di incisione per il nuovo disco, Broken Rhythms, con ospiti come il chitarrista Gary Moore, l’ensemble Arkè String Quartet ed il vocal group sovietico Huun-Huur-Tu.

Trilok Gurtu in concerto – 13 marzo 2005, ore 21.30 MAISON MUSIQUE – RIVOLI (TO)

Trilok Gurtu percussioni, voce

Carlo Cantini violino, melodica
Gros Ngollepokossi basso
Woody Aplanalp chitarra

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