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Robert Plant – Live Alcatraz – MI

I tempi cambiano, la mia mente pure, dice Robert Plant, così anche le canzoni più importanti hanno di che stravolgersi, migliorare o semplicemente cambiare radicalmente la loro ossatura. Nonostante ciò il concerto visto all’Alcatraz, è parte integrante di un tempo. Una delle grandi leggende del rock, Robert Plant, storica voce dei Led Zeppelin, ha presentato il suo ultimo disco, intitolato “Mighty Rearrenger”, uscito nell’aprile scorso.
Anche se l’età dei seventy per i più sembra passata, e tra il pubblico, per la maggior parte si vedano ovunque over fifty, la musica in questione viene rispolverata continuamente dai musicisti, strumenti orientali accostati a sonorità elettroniche rendono così magiche canzoni come Gallows Pole e nuove perle come Tin Pan Valley tratte dall’ultimo disco “Mighty Rearrenger”. Il live si arricchisce così come da studio, di tutte quelle influenze musicali esplorate in 35 anni di sperimentazione e nonostante abbia allontanato in modo definitivo lo spettro dei Led Zeppelin, Robert ha trovato una sorta di equilibrio.
La serata viene riscaldata a dovere con uno sgangherato, ma molto bravo gruppo di spalla, che suona conurty-punk rock con accenni a Cash e al più profondo southern rock. Si chiamano TH’ LEGENDARY SHACK*SHACKERS, e sono stati reclutati da Plant in persona come opening act del proprio tour europeo con i Strange Sensation. La band capitanata da J.D.Wilkes, armonicista e cantante, ha ottenuto ampi consensi con il loro album “Believe”, pubblicato da Yep Roc nel 2004, e l’album è considerato dai più “the best American music being made today”, e presenteranno in anteprima i brani del loro prossimo album Pandelirium, in uscita nei primi mesi del 2006.
A 56 anni il cantante britannico, può guardare la vita a testa alta, e dopo oltre due anni di lavoro, con l’aiuto de “The Strange Sensation” ed in particolare dell’ex batterista dei Portishead: Clive Dreamer, sembra riuscire a trasmettere tutta l’ineluttabilità del destino (“the mighty rearrenger”, per l’appunto), dando prova di un grande senso di unità e di concentrazione, di purezza di suoni, e di grande maturità stilistica. Dai campionamenti usati, dai groove atmosferici che legano con un filo rosso brani come “Another Tribe“ a “The enchanter“, di zeppelliniana memoria, Plant non fa mistero del suo passato e il pubblico si infiamma, ma poi ritorna al presente con un lungo groove trip hop dai toni trance e sposta di nuovo il senso verso territori sconosciuti, ma alla dine si chiude con una bellissima versione, di “Whole Lotta Love” vecchia maniera,e il pubblico va letteralmente in delirio. Fantasia, innovazione sono tutt’uno nel ritrovato Plant, ed il suo futuro serberà ancora molte novità ancora da scoprire, da capire, e molte rassicuranti versioni dei classici che si suonavano un po’ di anni fa con Page e compagni.
Antonello Furione.

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