«

»

Ravi Shankar – Live at Barbican

NEVER ENDING ENERGY – Ravi Shankar – Celebrating his 10th Decade

Tue 21 Jun 2011 8pm – Barbican Hall, London
An Evening of Ragas (solo recital) in celebration of Ravi Shankar’s 90th birthday.

Raramente mi è capitato di assistere ad una performance indimenticabile, ma questa lo è stata assolutamente. Ravi Shankar è colmo di riconoscimenti e di premi ed è senza dubbio, musicalmente parlando, l’ambasciatore indiano più noto e apprezzato. Una limpida capacità di interpretazione e di mediazione è stata la chiave del successo per raggiungere negli anni un pubblico sempre più vasto.
La data del tour per celebrare i suoi novanta anni (oggi 92) è ovviamente sold out. Il pubblico è eterogeneo. Ci sono adulti che conobbero Ravi attraverso i Beatles, per l’amicizia con George Harrison, attraverso la psichedelia di Woodstock o attraverso le collaborazioni con i musicisti jazz o direttori d’orchestra di classica, come John Coltrane, Philip Glass, Yehudi Menuhin, Andrè Previn e poi ci sono giovani che hanno sentito parlare della spiritualità del grande musicista magari fra una rassegna di film di Bollywood o una compilation del Buddha Bar.
Il mio posto a sedere, proprio dietro ad Anoushka Shankar, era già di per se un evento nell’evento, la figlia del grande maestro, neo trentenne (nata il 9 giugno), teneva in braccio Zubin il piccolo di 4 mesi, chiamato così in nome dell’acclamato direttore d’orchestra ed amico Zubin Mehta con il quale nel 1981 Ravi condusse “Raga Mala”. Anoushka è circondata da tutta la numerosa famiglia, marito e bambinaie comprese e, per lo spettacolo del Barbican, come per gran parte di questo tour, ha deciso di non salire sul palco, occupandosi del piccolo e lasciando spazio interamente al padre, che è rimasto solo sul palco con i suoi musicisti.
Le luci si spengono. Seduti su tappeti orientali i suoi sei musicisti, trai quali Tanmoy Bose ai tabla, grande maestro e amico di Ravi da decenni, Ravichandra Kulur al flauto, il giovane Pirashanna Thevarajah al mridangam e Parimal Sadaphal allievo “senior” al sitar, introducono la serata con Raga tradizionali. Venticinque minuti di presentazione che creano nella platea già un enorme esalzazione. Suonano da soli, con il posto riservato al maestro vuoto: sguardi, sorrisi e connessioni celebrali che sembrano dei fili tesi tra le loro menti.
Poi, alle otto e mezzo infine eccolo. Un enorme applauso accoglie subito il maestro quando spunta dal tendone di velluto alle spalle del palco. Si aiuta con mancorrente dorato per fare i pochi scalini e si mette a sedere al suo posto su un piccolo palco rialzato: “Spero mi abbiate riconosciuto, io mi chiamo Ravi Shankar” è quasi irriconoscibile con la folta barba bianca che gli ricopre il viso, il pubblico scoppia in una fragorosa risata. Prende il suo sitar, che era appoggiato su un lato e con una prima profonda nota ferma gli applausi in un secondo. In rispettoso silenzio due ragazzi salgono sul palco, nella calma e pace più assoluta, accendono numerosi incensi intorno a lui ed una nuvola di silenzio e di estasi trasporta in trance tutto il teatro. Il concerto era davvero incominciato.
Senza nessuna notazione musicale, la musica classica indiana si basa su una serie di modi melodici: i “Raga”, ritmo e melodia. Sono serie di note che in maniera crescente coinvolgono ed esplodono in un dispiegarsi di armonizzazioni e interazioni. Le improvvisazioni ed i giochi musicali che rimangono in equilibrio, oscillano sempre più veloci e sempre più complicati.La grande acustica di questa sala aiuta molto anche chi è rimasto in galleria. Il suono rasenta la perfezione da studio, ma da così vicino, dove mi trovo, si sentono le dita scorrere sulle corde. Le tablas sembrano parlare e tutto il concerto continua per cinquanta ininterrotti magici minuti, diventati poi un ora e mezza con i bis ed i ringraziamenti. E’ un crescendo di passione e divertimento che coinvolge tutti. Con sguardi intensi e severi Ravi dirige tutte le composizioni, mentre la figlia prediletta segue seduta, come noi, piena di ammirazione e di amore, la fantastica abilità del padre.
La sua energia senza fine risiede nel piacere che questa musica ancora riesce ad infondergli. Guardarlo sorridere, scherzare ed ammiccare ai suoi musicisti,  riuscire ad avere ancora un controllo così perfetto del suo strumento è davvero un’ esperienza incredibilmente commovente ed una grande lezione di vita.
Il trionfo annunciato è la conferma che i contenuti dei Raga che Ravi interpreta e crea e spiega fra un brano e un altro, non hanno tempo. Mi stupisce e mi sorprende ancora sempre come questo linguaggio musicale, così distante dal nostro, sia entrato a far parte della nostra percezione. Numerose composizioni in questi anni hanno trovato una propria vita in maniera più o meno esposta in brani occidentali. Noi spettatori, pur non avendo forse capito completamente l’identità di queste musiche, ci siamo posti e continuiamo a porci domande. La lezione musicale e spirituale di Ravi Shankar, oggi come da quasi mezzo secolo continua a trainare la sperimentazione, la ricerca e l’evoluzione della musica moderna, al di la di ogni confine, tempo e cultura.
Antonello Furione
© All rights reserved – Photos by Antonello Furione

Permanent link to this article: http://therockblogreview.com/ravi-shankar-live-at-barbican-center-london-21-06-2011/

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>