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Moby – Hotel

Avevamo lasciato il piccolo genio elettronico e vulcanico Hall nel 2004 con Make Love F*ck War, un breve Ep, in cui in modo molto conciso ma palese si insinuava nelle menti delle persone che volevano ascoltarlo, con messaggio di pace di speranza per l’America pronta al voto. Tutti sanno che poi le cose non andarono come si pensava, soprattutto per quasi tutti gli Artisti dell’East e West Coast schierati contro la politica Bush. Moby, al secolo Richard Melville, nato ad Harlem, NY l’11 settembre 1965, paragonato ad un altro undici settembre, si sentiva più di altri uomini vicino agli ideali di pace di comunione, di amicizia e di democrazia. Si sentiva partecipe di tutti quei concetti che erano stati calpestati negli ultimi quattro anni dagli Stati Uniti, intenti sempre più in una guerra che sembra ancora oggi infinita con il resto del mondo. Guardando le precedenti produzioni di Moby, Hotel viene saccheggiato in modo ancora più costante e completo dalla pubblicità e come era già avvenuto nei precedenti casi di Play e 18, vengono tralasciati i temi diretti della sua arte e vengono in superficie solamente la banalità post punk che usava negli anni novanta, di motivetti spesso troppo discotecari per esser allo stesso modo profondi come alcuni dei suoi testi. Nonostante tutto Richard è un uomo intelligente che con gli anni sta trovando sempre più un maggior equilibrio nell’ironia e in una passione illimitata per la musica e per la struttura dei suoi messaggi.
Dopo l’undici settembre 2001, Moby si chiude nel suo appartamento e scrive la bellezza di 250 canzoni, delle quali 14 verranno incluse nel suo quinto album in studio ” Hotel”, prodotto da sé insieme a Brian Sperber tra gli Electric Lady e i Loho Studios di Manhattan. In questo disco l’ex ragazzo del Connecticut ora newyorkese di adozione rinuncia ai soliti sample, suona tutti gli strumenti (tranne la batteria, dietro cui si siede Scott Frassetto), canta in dieci brani e ospita la bellissima voce di Laura Dawn nel pezzo Dreams about me. Già dalle prime note di Hotel Intro, piuttosto che in Raining Again , Moby riesce a coinvolgere maggiormente l’ascoltatore, e riesce ad avere una potenza espressiva più fine rispetto agli album precedenti. Moby ci coinvolge in modo costante, a differenza di altri artisti, in quelli che sono i problemi e le aspettative di un grande paese democratico come gli Usa e ce ne rende partecipi e allo stesso tempo complici, spronando non solo il popolo americano in un’azione immediata pacifica e allo stesso tempo rivoluzionaria volta al cambiamento. Nonostante tutto ciò si vede ancora difficile per la gran massa di persone che lo ascolta, trarne un diretto significato politico, come per le canzoni di protesta che furono così capaci di far riflettere e agire la folla negli anni sessanta, ma si sa i tempi sono cambiati.
Lui, ama la fantascienza, i cani, i Simpson, i Massive Attack, i Radiohead, Kurt Cobain, le fonti di energia alternativa, ma, soprattutto in questo disco quei “favolosi” (per lui) anni ottanta, e ama anche sottolineare i retroscena della sua vita politicamente impegnata che qualcuno potrebbe vedere anche come noiosa, e davvero poco da rockstar. Si deve riconoscere comunque lo sforzo di una produzione migliore, più curata e più ricercata rispetto al passato, ma che proprio dal passato dei suoi precedenti dischi trae comunque ispirazione, senza però mai ripetersi. Canzoni come Love Should han hanno perfino un non so che di malinconico, nostalgico, alcuni pezzi parlano d’amore in modo più dolce. Moby sembra proprio essere cresciuto artisticamente, sembra essere meno ruvido e più morbido, come in Beautiful, nonostante si sia ispirato a un programma televisivo sulle glorie delle celebrità, creando una canzone molto semplice, partendo dalla musica e finendo ad analizzarne il testo.
In canzoni come la cover dei New Order dal titolo Temptation Moby lascia spazio anche a lenti da sbaciucchiamenti vari, cantata sempre in modo magistrale da Laura Dawn. Non mancano inoltre pezzi tributo, come ad esempio Spiders, dedicata al suo idolo David Bowie. Si tratta di brani molto melodici ma sempre tutti molto semplici e brevi, che a tratti si tingono, proseguendo anche con l’ascolto del secondo disco, anche di suoni ambient, chill-out ed elettronici come già era già avvenuto in “I Like to Score” del 1997. Bellissima anche Forever, la canzone che forse si distacca più dalla vecchia concezione di arte di Moby, più introspettiva e disarmante, quasi come se si trattasse di una resa alla realtà, per arrivare all’ultima traccia in cui riprende un po’ le sonorità di Raining Again. Se in precedenza il senso di marcia lasciava intuire un tempo di guerra in Homeward Angel, la canzone che conclude il disco, una musica angelica e quasi paradisiaca si contrappone agli spari, come se in guerra Moby riuscisse ad accostarsi e a farci accostare a quello che è il suo mondo pacifico, etereo e disteso, e che ci accompagnasse per mano alla visione di tutto quello che non va , e che si può osservare dalle finestre del 18° piano del suo hotel di pace.
Antonello Furione

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