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Il Disordine delle cose

Se per qualcuno “Il disordine delle cose” la band piemontese è stata una rivelazione, il loro primo lavoro discografico omonimo uscito ad ottobre scorso e prodotto da Gigi Giancursi e Cristiano Lo Mele dei Perturbazione vede delle buone doti canore e originali creazioni, ma prevale una stanchezza di fondo ed una calma piatta che rende il disco in definitiva di difficile fruizione.  I disordine sono sulla scena indipendente dal 2007 e per questo lavoro, hanno collaborato con un infinità di grandi ospiti che lo rendono un progetto davvero molto ambizioso, come Benvegnù, alcuni membri dei Perturbazione, Syria, Naif, Marcello Testa dei La Crus, Marco Notari, Enrico Allavena (Blubeaters), Giotto Napolitano (Fratelli di Soledad). I brani nonostante le aspettative si confondono e alla fine convincono poco, non dando alla band sicuramente la possibilità di esprimere al meglio le loro potenzialità.
Toni soffusi pop incorniciano ottimamente l’intero lavoro fin dai primi istanti, e lo rendono molto ricco, dalla delicata e intensa “Il colore del vetro” che apre, che è una delle composizione migliori dell’opera a “L’astronauta” o ancora “Piume di cristallo”. Sono tredici brani e una bonus per quasi un’ora di musica dove la malinconia si protrae a lungo e anche se qualche spunto sembra cambiare strada, tutto diventa lento, schematico, dalle atmosfere rarefatte così tanto che fin dal primo ascolto non si riesce a trovare proprio un appiglio necessario alla risalita. La magia dei primi minuti si trasforma ben presto una spirale musicale che scompone i testi fino a far perdere ogni punto di riferimento.
“L’ordine è il piacere della ragione, il disordine è la delizia dell’immaginazione” (Paul Claudel).
Una produzione accurata in grande stile con le energie spese che sembrano però troppo studiate a tavolino. Sono le situazioni troppo curate a dare fastidio, atte ad incorniciare momenti che sembrano di banale sentimentalismo. Il valore aggiunto di questo lavoro invece è proprio da ricercare probabilmente nel fatto che nel panorama indie italiano mancava il romanticismo più elegante e classicheggiante e con questo lavoro ci si tuffa in una poesia completa, costruita bene, al chiaro di luci soffuse, acustiche ballate tra arpeggi di chitarra e di pianoforte dai mille colori vengono raccontate come fotografie, e su questa strada si dovrebbe proseguire semplificando un po’ le composizioni.
E’ indiscutibile la capacità tecnica dei componenti della band, è musica patinata, sul filo del turbamento tra cantautorato pop alla Nick Drake, Tenco e ad una nuova new wave italiana più ricercata. Nonostante ciò credo proprio si potesse fare qualcosa di più con le energie spese e i numerosissimi ospiti. Proprio un peccato per una grande occasione mancata.
Antonello Furione
Contatti:
www.ildisordinedellecose.it

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