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Folk Club -Torino – Intervista a Davide Valfrè e Paolo Lucà

LA MUSICA È CULTURA
di Antonello Furione
Non si può parlare di musica a Torino senza pensare a Franco Lucà, storico operatore culturale della città sabauda, a quello che ha fortemente voluto e portato avanti per anni: Folk Club e Maison Musique. Due gioielli di cui Torino può ancora fregiarsi e che grazie al lavoro di Davide Valfrè (decennale collaboratore di Lucà) e di Paolo Lucà (figlio di Franco) continuano a regalare musica e cultura. Ne parliamo proprio con loro due, validi testimoni di uno stile e di un modo sincero di fare musica live.
Torniamo un po’ indietro – diciamo 20 anni – qual è stato l’evento scatenante per l’apertura del Folk Club a Torino?
Nelle ‘cantine’ di Via Perrone era fin dall’inizio una proposta controcorrente. Franco Lucà – terminata l’avventura con Cantovivo, storico gruppo torinese di folk revival -, sentiva il desiderio di creare uno spazio dove proporre musica (folk, blues, cantautorale… la musica che amava da sempre), diverso per gestione e tipo di proposta artistica. Uno dei pochi ad aver creduto in quest’avventura fu Michele Straniero. A pensarci bene, forse scatenante fu proprio questa amicizia e collaborazione.
Come nasce invece Maison Musique? Quali le differenze dal Folk Club?
È stata un’opportunità colta al volo, un’idea per rivalutare un’area urbana degradata come l’ex mattatoio comunale. Il progetto aveva l’ambizione di realizzare la prima cittadella globale italiana della Musica e venne proposta al sindaco di Rivoli di allora, Nino Boeti, che approvò il piano ed il Centro Regionale Etnografico Linguistico potè spostarsi in una sede che avrebbe garantito da lì in avanti anche la consultazione di tutto il materiale del centro. Nel 2004 Franco Lucà riuscì a riunire – oltre a noi due – l’altro figlio (Matteo), qualche amico e partì l’avventura. La differenza rispetto al FolkClub è strutturale, visto che parliamo di un piccolo locale in centro a Torino; Maison Musique si sviluppa su un’area di 5.000 metri quadri e accoglie anche attività commerciali come il ristorante, il cocktail-bar, la foresteria, lo studio di registrazione; ma anche gli archivi del C.R.E.L., il Musicarium, le sale museali con gli strumenti tradizionali della collezione di Lucà e tanto verde intorno da farti sentire in un parco.
Da quanto lavorate in questo ambiente? Come ci siete arrivati e quale ruolo vi appartiene di più: promoter, appassionati di musica, o organizzatori di concerti per i vostri artisti preferiti?
(Paolo) – Prove, tournée, festival, studi di registrazione… a respirare queste atmosfere ho iniziato un po’ per osmosi fin da bambino; la vicinanza di mio padre era molto coinvolgente ma è nel 2001 che la passione si è trasformata in lavoro.
(Davide) – Un percorso più da “operatore culturale”, dopo la laurea in lettere e alcune esperienze ho iniziato a collaborare con il Premio Grinzane, ma nel ’96 la situazione diventò asfittica e iniziai a lavorare per il FolkClub.
Quali sono gli eventi che proponete con maggiore successo, quale tipo di persone attirano?
Il pubblico del FolkClub è composto per la maggior parte da over 30, con un bacino di 38.000 soci che ormai ha imparato a fidarsi delle nostre scelte. Per attirare un pubblico più giovane, abbiamo deciso di scontare del 50% il biglietto (under 26, poi under 30 nel 2008). La percentuale di biglietti ridotti è passata dal 5% al 12% nell’arco di una stagione. Numeri che fanno davvero pensare.
A proposito di giovani, raccontateci del vostro appuntamento fisso per le band emergenti…
GREENAGE nasce nel 1991, nel grembo del festival Pellerossa, ed è rivolta espressamente agli emergenti ed è libero da logiche commerciali. Alla sua 11ª edizione è la più lunga rassegna di questo genere in Italia, conta una quarantina di serate da settembre a giugno, 80 concerti (due a serata) per altrettante ore di musica senza nessun costo per spettatori e partecipanti.
Quali sono stati i concerti più importanti che avete organizzato? Il più grande artista che avete ospitato, magari con qualche aneddoto?
Se ci riferiamo a tutta la storia del FolkClub e Maison Musique i nomi da elencare sarebbero decine: da Pete Seeger a Georges Moustaki, da Dylan e Baez ai Chieftains… ma crediamo sia concettualmente errato cercare di stabilire chi è ‘il più grande’. Un aneddoto? Quando Dylan venne a Pellerossa, Lucà rimase davvero allibito quando constatò di persona (riuscì a malapena a stringergli la mano) che Bob era atterrito dalla paura di essere assassinato da un folle mitomane al punto da creare il vuoto permanente intorno a sé.
Qual è il concerto che vi piacerebbe organizzare?
Se stiamo nel mondo dei sogni irrealizzabili diciamo un live acustico di Tom Waits. Leonard Cohen, John Zorn o Bruce Springsteen sono altri obiettivi da sogno e come tali restano nel cassetto. D’altronde Franco ci ha insegnato che i sogni si può sempre provare a realizzarli… se non si prova certamente non ci si riesce! Passando su un livello di realizzabilità, stiamo lavorando da alcuni anni su Billy Bragg e prima o poi…
Anticipateci un paio di appuntamenti da non perdere nelle prossime settimane…
FolkClub chiude i battenti ai primi di maggio, riaprirà a ottobre con due serate dedicate a Gian Maria Testa. A Maison Musique invece l’8 maggio ci sarà una grande serata commemorativa del quarantennale dell’uscita di Let it Be con Sarah Gillespie, e a fine maggio per il compleanno di Maison Musique, tenteremo il record mondiale della jam session più lunga della storia. Partiremo venerdì pomeriggio e finiremo la notte tra domenica e lunedì: 50 ore di musica ininterrotta con tante iniziative collaterali…

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