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Eugenio Finardi – Salumeria della Musica MI

Nel segno della semplicità si è svolta la serata tanto attesa per il lancio del nuovo disco di Eugenio Finardi: Anima Blues; il suo nuovo-antico lavoro sognato da più di 40 anni, che lo vede per la prima volta diventare discografico/editore di se stesso. In un locale milanese, all’interno di Rock Files, un programma radiofonico trasmesso da “Life Gate Radio”, accompagnato da tre bravissimi musicisti blues come Vince Vannicelli alla batteria, il maestro Pippo Guarnera all’organo Hammond, con mano sinistra al basso, (come Ray Manzarek dei Doors) e Massimo Martellotta alle chitarre, Finardi diventa quasi un vecchio maestro del delta del Mississippi, proponendo una sequenza di cover e brani originali nella vera tradizione blues dei grandi maestri degli anni trenta: un personalissimo percorso nella storia, ma soprattutto nei territori meno esplorati del genere. Finardi spazia in profondità, in classici dei padri fondatori del blues più puro che a suo dire: “E’ la musica più magica che avessi mai sentito”. “I segnali quando se ne ha bisogno arrivano” dice l’artista, ricordando quando Emanuele, suo figlio, a soli 12 anni guardando “The soul of a man”, documentario firmato dalla regia di W.Wenders, su progetto di Scorsese, ne rimane impressionato musicalmente. Il padre commosso, ha trovato le radici del suo sogno in Skip James, come in J.B.Lenoir c’è una sorta di verità, di onestà di sentimenti, che col tempo si sono persi, “Ed è proprio da questa semplicità che siamo partiti ed abbiamo creato questo progetto di ricerca introspettiva delle origini”, afferma Eugenio. Il secondo brano della serata, “Mama Left Me”, è quello che apre il disco, un pezzo nato per scherzo e terminato in sala, con un testo un po’ stereotipato, ma interessante dal lato musicale. All’interno del terzo brano, “Holy Land”, lo spirito mistico di Blind Willie Johnson ritorna, anche se viene accentuata la tendenza verso il suono di New Orleans, ma questa è solo una delle composizioni originali di Eugenio, nate durante la progettazione del tour. Tutto questo aggiunge maggior valore all’opera dell’artista italiano: un’enorme miscela stilistica selezionata di blues. La grande abilità di Finardi e della sua band, sta proprio nello scrivere composizioni originali nell’idioma e nello stile delle varie influenze del suddetto genere. Eugenio continua ricordando la famiglia: “Ho cominciato a suonare la chitarra imparando alcune canzoni blues che mi consentivano di suonare bene, girando su pochi accordi… […] ero figlio di una cantante lirica venuta in Italia per cantare alla Scala, il tempio della musica, del bel canto, il Sacro Graal del classicismo; mio padre, prosegue Finardi, era tecnico del suono, così in casa, in quasi tutte le stanze si respirava proprio sempre un’aria di musica, non avevamo la televisione”. Quando all’età di tredici anni, nell’estate del ’65 scopre Harry Belafonte, Lena Horne, i Beatles, e il blues, ne rimane colpito e da quest’ultimo sedotto a tal punto da non riuscire a staccarsene mai più. Con la bellissima “Heart Of The Country” e poi “Little Red Rooster” (nella versione di Howlin’ Wolf e Willie Dixon) l’artista, aiutato anche dalle sonorità di Massimo Martellotta, chitarrista davvero emozionante e ricco di fraseggi e tonalità sorprendenti, intraprende un viaggio personale che arriva all’apice nella seconda parte dello spettacolo, la seconda generazione dei suoi pezzi: “Pipe Dream”, in cui l’artista suona il Basso elettrico, la bellissima “Long Way Home”, scritta ricordando la solidarietà del post–Tsunami e “Marta’s Dream”, interamente strumentale firmata Massimo Martellotta, dedicata alla sua amata. Anima Blues contiene 12 brani suonati in gruppo e in complicità; incorpora una grande presenza stilistica vocale e soprattutto una grande versatilità: una piccola enciclopedia del blues. La session si chiude con l’ultima tranche dei brani: “Mojo Philtre”, “Estrellita” e “Barn Yard Mama”. “Muddy Waters , Robert Johnson, John Lee Hooker mi hanno toccato l’anima, le loro voci roche, grezze, il loro modo di suonare goffo e viscerale, hanno dato voce ai miei tormenti, come nessuna impeccabile esecuzione classica ha mai saputo fare”.

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